domenica, dicembre 24, 2006

Apro le braccia per misurare il cielo: una prova di coraggio non necessita di una dimostrazione di forza.



martedì, dicembre 19, 2006

Fermo a un passaggio a livello, aspetto, altro non posso fare. Il cielo grigio non dà spunti interessanti, solo un aereo graffia l’aria bruciando un po’ di spazio vuoto. Nessun rumore esterno solletica la mia attenzione. Mi ritrovo a pensare alle solite cose, come tutti immagino, in quei minuti spenti difficilmente impiegabili, perché troppo brevi per favorire lo sviluppo di un’azione e troppo lunghi per riuscire a stemperare l’incedere lento dell’attesa. Uno sguardo allo specchietto retrovisore, non c’è nessuno da scrutare.

Poi, una sola parola – colpevole - di una canzone, captata senza volerlo poiché nemmeno stavo ad ascoltare e mi perdo in una successione di scatole cinesi, incatenate in una sequenza mai più percorribile a ritroso. Mi trovo immerso in un fluido denso, in cui rimango invischiato: penso che devo ancora rispondere a due mail e a un messaggio, che ne dovrei inviare altrettanti, che non mi faccio mai sentire con alcune persone. Che ritardo sempre quando devo dare delle risposte, che non mi decido mai ad affrontare determinate questioni e decisioni. In qualche minuto il cielo diventa più malinconico che grigio e tutto s’ingarbuglia. Non ne esco mai quando mi intrufolo in certe onde che si avvolgono a spirale a stringere le mie tempie e non capisco più se sono stato io a infilarsi o se sono state loro (le onde, non le tempie). Che poi, non è che non voglia rispondere o che abbia interesse a tenere sospese certe questioni: solitamente penso tutto il giorno a una risposta adeguata, formulo più varianti nella mia testa, per non rischiare di essere banale, mentre il becco del picchio martella la mia coscienza, sottolineando che sta passando troppo tempo. Eppure. Eppure ogni volta è la stessa storia. E poi, come nei rotoli di carta da cucina dove ogni foglio è legato a quello precedente e a quello successivo, tutte le lacune e le debolezze della mia persona affiorano e io non riesco a dare il colpo secco per porre fine alla sequenza.

Immagino che se prendessi uno specchio e iniziassi a scrivere, con un pennarello indelebile, i miei difetti sulla sua superficie, a un certo punto l’immagine riflessa sarebbe solo uno sfondo in movimento disturbata dall’invadenza dell’inchiostro. Devo cambiare, devo migliorare: nelle intenzioni, credetemi, la consapevolezza c’è tutta. Sarebbe bello mettere il tappo a quel pennarello, sfilare un po’ di cotone imbevuto nell’alcool e sciogliere un po’ di parole scritte su quel vetro. Non è così semplice, altrimenti lo starei già facendo…

Lo sferragliare delle ruote sui binari interrompe il flusso dei pensieri. Fortunatamente passa il treno e posso ripartire.

domenica, dicembre 17, 2006

Se la realtà non fosse liberamente interpretabile, il loquace pensiero, il malinconico dubbio e l'intrepida speranza sarebbero solo accessori destinati alla polvere.

sabato, dicembre 16, 2006

Hai ragione. Un sorriso è la declinazione più delicata e semplice della felicità, quando affiora così impalpabile e gratuita, e la vorresti solo condividere.

venerdì, dicembre 15, 2006

Da piccolo mi divertivo a giocare con le “macchinine”, così chiamavo le riproduzioni in scala delle vetture di serie. A tre anni mi illuminavo quando mi davano quelle scatolette con le ruote, che inevitabilmente dopo qualche mese finivano distrutte sotto la pressione del mio palmo di mano. Raccontano i miei genitori che a sei anni ero talmente appassionato di automobili che sapevo già distinguere quasi tutti i modelli che circolavano per strada, a forza di giocarci con i modellini nella mia cameretta. Ciò che mi ha sempre affascinato e tuttora mi intriga è la bellezza di alcune carrozzerie e le prestazioni promesse da taluni modelli: da piccolo sognavo ad occhi aperti le sensazioni che si potevano provare a velocità prossime ai trecento chilometri orari o accelerazioni brucianti: mi incantavo davanti alla televisione quando c’erano i Gran Premi di Formula 1. Ancora oggi le automobili sono una delle mie passioni, basti pensare che la mia tesi di laurea si basa sull’analisi di un particolare modello di vettura; quell’attrazione per i motori, nata in fin dei conti con il gioco infantile non si è mai sopita ed anzi col tempo si è rinvigorita.

Per questo, quando avrò un figlio, nei primi anni di vita non gli regalerò nè soldatini, nè pistole nè tantomeno carri armati.

giovedì, dicembre 14, 2006

Attenzione! È vietato oltrepassare la linea gialla in attesa del treno.

mercoledì, dicembre 13, 2006

Alcuni treni passano una volta soltanto nella vita. Quante volte ce l’hanno detto. Da piccolo ero affascinato, incuriosito e al tempo stesso intimorito da questi treni, che, raccontavano i grandi, arrivano improvvisamente, si fermano in una non ben precisata stazione e ripartono. “Bisogna saperli riconoscere e prenderli al volo: poi non passano più”. Mi angosciava il fatto di non sapere se sarei stato in grado di riconoscerli. “Chissà quale fischio? Chissà quanti vagoni?”.
Per un bel pezzo entrambi abbiamo aspettato il nostro treno, nella stessa stazione, e lì ci siamo conosciuti, nell’attesa. Poi abbiamo fatto scelte differenti, una volta intravisto lo spettro di una cocente delusione. Io ho deciso di continuare ad aspettare sempre là, in quella stazione, convinto che prima o poi questo treno dovrà pur passare; tu invece mi hai salutato ed hai iniziato a camminare sui binari, convinto che il tuo treno sia già passato o non passerà mai e che quindi non ha senso aspettarlo ancora. Entrambi siamo consapevoli che stiamo coscientemente rischiando: io di consumarmi nell’attesa, tu di farti travolgere dal treno.

martedì, dicembre 12, 2006


Prendo ago e filo e mi metto a cucire tutte le emozioni che ho provato, accoppiandole una a una con il pezzo di vita corrispondente. Ma qual'è, in fin dei conti, la differenza tra un rattoppo e un ricamo?

domenica, dicembre 10, 2006

“Pazzesco come non ci siano passaggi intermedi. Una settimana prima non c’è praticamente interesse, la settimana dopo sei dentro fino al collo e pensi solo ed esclusivamente a lei. A quel punto ti conviene crederci e non farti tante domande, perché tornare indietro fa male, troppo male, e soprattutto è un passaggio maledettamente lento e graduale; senza considerare che è un processo, inutile, destinato a fallire”.

Questo mi disse prima di aggiungere: ”…al diavolo l’amore!”. Io non ho replicato, mi sono limitato ad annuire. Poi ho cambiato discorso. “Sai per caso come sono andate le partite oggi?”. Dalla sua espressione, ho intuito come non avesse particolarmente gradito la domanda. Dal tonfo sordo, sul pavimento, ho capito come, di colpo, la considerazione che aveva di me fosse leggermente diminuita.

sabato, dicembre 09, 2006


E vabbè, chiamalo come vuoi. Il nome non conta, è un tipico vizio dell'uomo quello di ingabbiare qualsiasi cosa dentro una categoria. Sintomo dell'insicurezza quella paura di non avere tutto sottocontrollo. Ma il nome cambia e può cambiare. E comunque lascia stare, non so nemmeno cosa voglia dire. Sto un pò ad ascoltare il vento, chissà che non ne intuisca il senso, magari un pò d'aria si è infilata tra le parole e ha dilatato la punteggiatura. Sì, forse è solo quello. Sospendo il giudizio, la critica passa in prescrizione, non ho voglia di appellarmi a niente, son pigro e quindi aspetto, mentre fuori è pure spuntato il sole; nell'incertezza, esco, sorrido e alzo una mano per salutare.

venerdì, dicembre 08, 2006

Ma non lo so! Non lo so! Non posso fare a meno di lasciare un po’ di spazio attorno a me, ma non chiedetemi il perché. Di sicuro non respiro meglio, di sicuro non c’è niente, di sicuro c’è solo il dubbio. Qualche centimetro cubo di aria, non tanto. Che ci posso fare? Non allaccio nemmeno il primo bottone della camicia perché mi sembra di soffocare. Ma nessuno, in realtà, è mai soffocato perché si è allacciato quel bottone, no?

giovedì, dicembre 07, 2006


Il perchè di alcune mie abitudini, non lo so. E nemmeno quello di certe mie paure.

mercoledì, dicembre 06, 2006

(9)

Tre anni. Anzi, più di tre anni già trascorsi assieme. A volte non ci credeva, non gli pareva vero. A ripercorrere tutta la storia, e soprattutto la genesi, era difficile prevedere un tale sviluppo.
Sì, insomma, quella ragazza, che lui pensava d’aver conosciuto nel momento peggiore in assoluto, pian piano l’aveva conquistato. Quella ragazza, che sembrava irrimediabilmente schiacciata nel cono d’ombra proiettato dall’amore non corrisposto, era diventata fonte stessa di luce per lui. La perseveranza con la quale gli era stata vicina, sopportando inizialmente il fatto che lui fosse innamorato di un’altra, senza pretendere da subito quel che lui, chiaramente, non le poteva dare, l’aveva premiata. Senza invadenza, con molto tatto e femminilità, ma senza mai sminuirsi o annullarsi per lui, si era ritagliata uno spazio sempre più ampio nella sua vita. Aveva saputo defilarsi e aspettare: lui non le aveva detto di amare un’altra, ma lei l’aveva capito. Non fu semplice come inizio: le premesse avrebbero scoraggiato più di qualche ragazza. Però lei era sicura che lui fosse il ragazzo giusto: ne fu convinta dal primo istante e fu disposta a soffrire pur di rischiare. Lui inizialmente non ne voleva proprio sapere, ma non perché lei non fosse interessante, semplicemente perché il bruciore della precedente delusione era ancora troppo intenso. Non c’era posto per quella, o chiunque altra donna.
Passò del tempo, il miglior disinfettante che esista in natura, poi iniziarono a vedersi sempre più frequentemente. Quando lui cominciò a conoscerla meglio, a cogliere quei punti in comune e a scoprire quel carattere un po’ particolare fu quasi un colpo di fulmine a effetto ritardato. Si ritrovava a pensare a quella ragazza sempre più spesso, a desiderarla; sentiva che non la voleva perdere. Il fidanzamento fu, di conseguenza, quasi un passo naturale.

Quella sera stavano andando fuori a cena: stavano raggiungendo il solito locale dove si trovavano con gli amici. Lei, come sempre, era splendida: lui, a volte, ancora si stupiva che fosse davvero la sua fidanzata.
La radio faceva da sottofondo alle parole di lei, intenta a raccontargli un episodio buffo avvenuto nel pomeriggio. Lui sorrideva divertito, intervenendo, ogni tanto, per prenderla in giro.

A un certo punto le inconfondibili note di Shiny Happy People, uno dei singoli più famosi di “Out of time” lo distrassero. Lui ebbe un lieve sussulto interiore e un battito del cuore leggermente più accelerato. Un pensiero, inutile negarlo, andò a Lei; non la vedeva da circa due anni e la sentiva ormai con sempre meno frequenza. Da quando si era trasferita, poi, tutto si era ulteriormente complicato.
A dir la verità, a entrambi spiaceva che quel filo rosso, che li aveva tenuti vicini per circa dieci anni non riuscisse più a coprire la distanza sempre maggiore tra le loro vite. Qualche mail, qualche messaggio, ma nulla di più vivo per mesi, poi capitava che uno dei due telefonasse e stavano a parlare per ore, a volte, scherzando, pure di quel che poteva essere ma non era stato. L’ultima telefonata, tuttavia risaliva a circa sei mesi prima. “Domani, se ci riesco, la chiamo” pensò.
Quell’album “Out of time” era inevitabilmente legato a Lei, e lo sarebbe sempre stato, perché assieme lo avevano ascoltato davvero un’infinità di volte: ogni volta che lo risentiva, inevitabilmente, qualche immagine impolverata di loro due tornava alla luce. Nessun tipo di rimpianto, solo un piccolo click dentro, per una persona che comunque aveva lasciato un segno indelebile e ancora vivo nella sua vita. Un attimo… poi passava, come in questo caso.

Si girò di lato, guardò la sua ragazza, e dopo averle sorriso la baciò dolcemente sulle labbra, quasi a scusarsi del pensiero.

martedì, dicembre 05, 2006

(8)

Quella sera in auto le sensazioni si accavallavano. Riavvolgeva e rivedeva le immagini della serata appena trascorsa. Le interpretava con la mente. Le riviveva pensando di avere sbagliato a non dichiararsi. E se avesse provato a baciarla? Aveva notato un momento di esitazione quando avevano sciolto l’abbraccio. Ma non ne era sicuro fino in fondo, anzi, non ne era per niente convinto.

Guardava la strada e vedeva lei, anzi riusciva quasi, con uno sforzo d’astrazione a rivedere tutta la serata in terza persona: la mente montava le scene in diretta a velocità doppia o dimezzata, a seconda dei passaggi. Gli sguardi, le parole, i gesti, e ancora i sorrisi e le pause, in ordine sparso, sovrapposto, sfumato, nitido, sfuocato. Tutti i momenti nei quali avrebbe potuto dichiararsi li aveva sviscerati già un numero eccessivo di volte; al termine di ognuno, dopo aver messo in pausa l’immagine, pensava che era stato semplicemente un cretino a non aver nemmeno provato ad accennarle qualcosa. Tutte le parole non dette ora riaffioravano; tutte quante, in fila disordinata, spingevano e sgomitavano nella sua testa. Tutte quelle parole che si erano nascoste in qualche anfratto in bocca o chissà dove, ora si mostravano integralmente.

Un caos che solamente un innamorato respinto può intuire. Lui poi non era stato nemmeno respinto. La gioia avvertibile di lei per la sua nuova relazione, il fatto di sentirla così radiosa, questo l’aveva bloccato. È cinico da constatare, ma non era assolutamente felice per lei, a questa ipocrisia lui non aveva mai creduto. “Come si fa a essere felici in queste situazioni?” L’aveva bloccato l’orgoglio di sentirsi respinto, quel maledetto orgoglio lo aveva costretto a una resa anticipata, che a ragion veduta, risultava ancora più umiliante e amara di una sconfitta annunciata. Rimase una decina di minuti in auto da solo, una volta arrivato a casa, a sbollire un po’, ascoltando a volume sostenuto le canzoni più belle di “Out of time”.

Era alle solite: adesso avrebbe voluto parlarle, tornare indietro, fare qualsiasi cosa, davvero qualsiasi cosa pur di ottenere di nuovo il suo amore. Prese il cellulare e riscrisse più volte il messaggio. Alla fine le mandò un semplice”Grazie della serata. Sei più importante di quanto pensi per me. Buonanotte” poi scese dalla macchina ed entrò in casa. Dopo circa venti minuti lei rispose con un: “Anch’io ti voglio bene. Un bacio. Buonanotte”. Si impose di non scrivere nient’altro quando in realtà la voglia di telefonarle, tempestarla di messaggi e sentirla ancora non si era per niente placata.

Andò a letto e spense la luce.

In dormiveglia, la sua mente proiettava ombre sulla parete della razionalità che l’occhio scambiava per vere e proprie presenze: il sonno quando serve non interviene mai a cullarti con le sue soffici braccia.
In attesa che le palpebre assecondassero il bisogno primario di dormire era costretto a immaginare, in modo decisamente poco lucido, il domani senza di lei. “Non ti verrò più a cercare, no, non ti verrò più a cercare” si diceva e già realizzava come fosse una realtà difficilmente sopportabile. Un attimo dopo, invece, si trovava a pensare a come riconquistarla. Quella sera a letto, anche se non l’avrebbe mai ammesso, si rivolse pure a Dio. “Ti prego, Signore, fa che torni da me. Ti prego”. In quei momenti ci si aggrappa a tutto quel che può dare appiglio e si è disposti a promettere anche quello che non si può mantenere. In quei momenti gli argini della razionalità vengono spezzati dall’onda travolgente della passione. Quando il fiume è in piena, saper nuotare non è sufficiente.

lunedì, dicembre 04, 2006

(7)

Alla fine non glielo disse. Cercò più volte di avvicinarsi, di arrivarci per gradi ma niente, non c’erano varchi e quando si aprivano improvvisi, lui indugiava.
A un certo punto lei gli chiese spiegazioni relativamente al suo comportamento. “Sei diverso con me ultimamente. Non so come spiegarmi, ma ti sento più lontano. Sembra quasi che tu voglia evitarmi. Non ti più fai sentire, perché?”. L’uomo non si rende conto, e non vuole capirlo, che la donna ha il dono innato di percepire la rottura di un equilibrio nell’anima di una persona: sente quella vibrazione insolita, nota subito il fatto di non saper reggere uno sguardo, avverte una oscillazione, anche se lieve, nel modo di fare. La donna ha questa sensibilità: non sempre ne intuisce le cause, ma difficilmente le sfuggono questi segnali.
Lui si irrigidì: la tensione lo teneva sotto scacco. Poteva dirle il motivo, o almeno farle intuire che le dinamiche del loro rapporto erano cambiate, che lui non la considerava più solo e soltanto un’amica. Tutti i discorsi provati e riprovati dov’erano finiti? Non ne sentiva nemmeno l’eco. Le pareti dello stomaco erano di legno, il cuore letteralmente in gola. Abbassò lo sguardo. Gli venne a mancare il coraggio. Oppure… oppure nemmeno lui sapeva cosa, fatto sta che giustificò il suo comportamento con scuse verosimili alle quali lei non credette fino in fondo, ma che accettò come tali. Lei, in ogni caso, intuiva e provava sincera tenerezza per il disagio di lui. Sviò il discorso, per evitargli ulteriore imbarazzo: era la prima volta che lo vedeva così in difficoltà nei suoi confronti. Lei gli accarezzò delicatamente il volto: “Hai la barba un po’ troppo lunga…” disse con un sorriso dolce.

Ormai il ghiaccio era rotto: gli atteggiamenti e le parole, da parte di entrambi, si fecero molto intimi e confidenziali, ma senza mai arrivare a un punto di non ritorno: riemersero ricordi, aneddoti, episodi passati assieme, alcuni dei quali davvero molto intensi. A quel punto non c’erano più barriere né schermi. Lei, allungando una mano sul suo braccio in una ricerca di contatto, gli disse che lui era molto importante e che non voleva perderlo, che avrebbe fatto di tutto per portare avanti la loro amicizia. “Fa sempre piacere sentirselo dire” pensò questo e glielo disse, aggiungendo “Sì, anch’io ci tengo a te”. Qualche parola ancora, poi uscirono dal locale. Nel parcheggio non c’era anima viva. Si abbracciarono e rimasero abbracciati a lungo. Gli occhi di entrambi erano umidi, le palpebre chiuse a trattenere un’intraprendente lacrima. La luna, in cielo in una notte senza stelle, rimase in silenzio. Tanti frammenti di momenti passati assieme, tanti piccoli segreti soffocati in quell’abbraccio così intenso.

domenica, dicembre 03, 2006

(6)

Del più e del meno. Inizialmente la buttarono sul generico. Sembrava quasi una formalità da espletare fare un punto di ripristino dell’ultimo periodo, quello nel quale non si erano più sentiti, anche se a entrambi non importava poi molto sapere gli sviluppi tecnici delle loro rispettive vite. In quel momento non c’erano i presupposti per immagazzinare tali informazioni. In queste situazioni si aspetta che uno dei due trovi l’aggancio giusto per cambiare discorso e focalizzare l’attenzione su quel che si ha davvero bisogno di parlare. “La tua storia come procede?” approfittando di una pausa leggermente più lunga lui decise di fare il primo passo.
“Bene...grazie… siamo all’inizio, però sono veramente felice…”. Anche se era una risposta che si aspettava, ampiamente preventivata, la delusione gli si riversò dentro: quando la speranza diventa liquida un’ondata di amarezza è sempre pronta a travolgerla.
”Mi fa piacere” disse lui, chiaramente mentendo. In effetti, a quel punto, per lui la serata non aveva più senso. Pausa rapida poi lei a sorpresa:” Mi hanno detto che sei stato visto più volte con una nuova ragazza…sarà finalmente quella giusta?” Sorriso malizioso di lei, in attesa di risposta. Non se l’aspettava, che lei fosse a conoscenza di questa informazione davvero non se l’aspettava. Effettivamente lui era uscito un paio di volte con una ragazza, con la quale a dir la verità, non ci aveva combinato niente. Una ragazza che lo intrigava, ma che non voleva illudere. Una ragazza forse capitata nel peggior periodo possibile. “Quella giusta ce l’ho davanti, adesso ” pensò, ma evitò di dirlo: solo nei film e derivati una tale uscita produce effetti positivi. Nella vita reale, con una tale dichiarazione, non si va mai oltre un glaciale imbarazzo. “No, guarda è solo un’amica. Niente di più”. Non le chiese nemmeno chi glielo avesse detto, a quel punto era solo un dettaglio di poco conto. Sorrise poco convinto, cercando di scorgere nel volto di lei qualche segnale e aspettando un suo commento.

sabato, dicembre 02, 2006

(5)

In quel pomeriggio tutto era superfluo. Ogni parola, ogni gesto, ogni azione era attesa. Pura e semplice attesa. Ci aveva riflettuto a lungo, ma senza trovare punti d’approdo. Non sapeva bene se dire tutto quel che doveva dire, oppure sciogliere le parole più dolci prima che diventassero amare a contatto con l’aria. A cena non aveva per niente fame, mangiò giusto il necessario: la tensione aveva modellato a imbuto l’intestino e saturato gli spazi. Quando arrivò in piazza lei non c’era ancora. Si era concesso dieci minuti d’anticipo per rimanere in auto, da solo, quell’attimo in più, ad ascoltare qualche canzone che non c’entrava niente con l’amore. Riconobbe l’auto, la vide scendere. Scese anche lui. “Dio, come sei bella” questo lui pensò. È difficile spiegare a una donna il perché un uomo noti subito la bellezza. Non è sempre superficialità. L’amore porta a realizzare la presenza di bellezza, anche dove non è del tutto tale. L’amore porta occhi nuovi e stravolge la vista. Quante volte una persona di per sé “normale” diventa via via sempre più attraente quando subentra quel sentimento egoista ed egocentrico che inizia per A (no, non è l’amicizia)? “Dio, come sei bella” era la forma più semplice per esprimere, per primo a sé stesso, un’insieme di sensazioni che a descriverle avrebbe potuto perdere ore. Dentro c’era tutto. E un complimento più completo forse non esiste. “Come và?” chiese lei. “Non c’è male” rispose lui. In auto, come l’ultima volta, ancora loro due. Un brivido veloce, ma fortunatamente lui non stava dicendo niente in quel momento, altrimenti lei avrebbe sicuramente avvertito l’incrinatura della voce. Iniziarono a parlare, qualche battuta rapida, scelsero il locale per la serata. Subito dopo, lei gli chiese se, per favore, poteva inserire nel caricatore il cd “Out of time” dei R.E.M.

venerdì, dicembre 01, 2006

(4)

Per due giorni non avrebbe pensato ad altro. Non aveva diritto di scelta semplicemente perchè non era lui a decidere. Si ritrovava distratto a provare i discorsi da fare, discorsi che si concludevano quasi sempre con una storpia e melensa dichiarazione d’amore. Si faceva quasi pena da solo.
Dignità, conservare un minimo di dignità
.
Si sentiva con lo stato d’animo di una squadra in vantaggio di 3 goal raggiunta e superata in extremis. La stessa sensazione. Consapevole che il 3-5 era solo questione di minuti. Non aveva parlato con nessuno di come si sentiva , e non voleva farlo. Preferiva tenersi dentro tutto e presentarsi agli amici con il solito sorriso, magari un po’ più stropicciato del solito e sperare che nessuno notasse niente. Parlarne a caldo non aveva senso per lui. Sarebbe stato solo un patetico sfogo. Ma che poteva farci? Anche se i sedici anni erano davvero lontani, a certe emozioni non ci si abitua mai. Si rendeva conto che non vi erano margini per tornare indietro, anche solo di qualche mese. Costruiva enormi castelli di sabbia in aria che si dissolvevano lasciando granelli dappertutto.
A volte analizzando il tutto da un’altra angolazione, si interrogava se fosse davvero possibile innamorarsi perdutamente di una persona di cui non lo era mai stato veramente fino in fondo. Si chiedeva se fosse il distacco a comprimerlo nel limbo denso nel quale stava immerso. E non gli sembrava possibile essere in una tale situazione per lei. Più ci pensava e più gli sembrava una beffa.

giovedì, novembre 30, 2006

(3)

Si lavò i denti prima d’uscire. Si guardò allo specchio, per verificare di non avere tracce di dentifricio depositato ai lati della bocca. Tutto a posto. Poteva andare. Prese la giacca, portafoglio, chiavi e cellulare. La casella di posta lampeggiava: “3 nuovi messaggi ricevuti” e a seguire “Memoria insufficiente. Messaggio in attesa”. In velocità diede un’occhiata ai mittenti, lesse i messaggi e ne cancellò due, tanto per far spazio a quello che ancora fluttuava tra il ripetitore e il cellulare . La giornata si preannunciava molto impegnativa e particolarmente pesante. Ne era consapevole. Questo gli permetteva di pensare ad altro, di distrarsi un po’. Una vibrazione annunciò l’arrivo del messaggio in attesa. Era il suo. “Ciao. È da un po’ che non ci vediamo. Hai voglia di uscire una di queste sere?”. Era passato circa un mese e mezzo da quando lei si era fidanzata con l’altro tipo. Vabbè lei diceva di non essere assieme, ma di fatto era quella la realtà. Lui si era defilato, non si era più fatto sentire. Voleva declinare l’invito, ma non ci riuscì: la voglia di vederla, da solo, era troppa. La speranza di recuperare la situazione cozzava violentemente con la consapevolezza che non era possibile. Li aveva visti assieme non più di due settimane fa a una festa alla quale pure lui era stato invitato. E si era sentito un corpo estraneo. L’affiatamento, il gioco di sguardi, l’abbraccio intenso. Aveva notato e registrato tutto. Lei aveva cercato di coinvolgerlo nei discorsi, tentando invano di metterlo a suo agio. Lui non era riuscito a sostenere tale pressione e a stento riuscì a mascherarla. Quella sera, poi, era davvero troppo bella. Ripensava a questo, mentre pigiava nervosamente i tasti del cellulare a comporre la frase:”Va bene. O domani o giovedì. Dimmi te quando puoi”.

mercoledì, novembre 29, 2006

(2)

Lei non capiva. Davvero. Non si era resa conto di quello che stava accadendo. Era passato un po’ di tempo da quella volta in macchina, l’ultima volta che erano rimasti soli. Si erano trovati una sera a una festa, ma lui non era lo stesso di sempre. Poi non si era più fatto sentire. Percepiva il suo distacco, ma non ne intendeva il motivo e ci rimaneva male. Non voleva perderlo, in ogni caso. La innervosiva sentire in maniera netta quella sottile ostilità nei suoi confronti. “Perché? Non lo capisco, stavolta proprio non ci riesco”. Come ogni donna, aveva passato in rassegna tutte le possibili cause, ma stavolta non ne aveva trovata nemmeno una di realmente evidente. Ripercorreva mentalmente l’ultimo periodo, in cerca di indizi perduti o trascurati, ma le sembrava di aver setacciato tutti i principali momenti in cui erano stati assieme. Come mai questa improvvisa virata? Poco tempo prima le aveva pure confidato di trovarsi sempre meglio con lei. E non era nemmeno la prima volta che aveva una relazione con un altro ragazzo, anzi più volte in passato lui l’aveva spinta in tal senso. Sentiva il bisogno di parlare con lui, di chiarirsi, di capire cosa aveva fatto per meritarsi un tale comportamento ostile.

martedì, novembre 28, 2006

(1)

“A chi stai pensando?”. Lui guidava, mentre lei, al suo fianco, con lo sguardo perso nel paesaggio pensava ad altro. Lui non sapeva bene se porre o meno la domanda e gli sembrava assurdo l’imbarazzo di tale incertezza. Non erano fidanzati ma solamente amici, solo perché lui si era sempre sottratto a tale legame. Si frequentavano da diversi anni ormai, e, a seconda dei periodi, anche in maniera fisicamente molto intima. Ogni tanto uno dei due aveva storie con qualcun altro/a, che regolarmente finivano perché subentrava una sorta di distacco. A dir la verità, lei, in passato, avrebbe fatto carte false pur di stare con lui, mentre lui, conscio di questo, aveva sempre giocato in maniera forse cinica coi sentimenti di lei. Ora la situazione era cambiata. Innanzitutto lei era cambiata nell’aspetto, molto più donna e consapevole di esserlo, magari non bellissima, ma parecchio attraente. Non aveva più paura di mostrarsi, le sue forme non erano in castigo, ma senza gratuite volgarità, giustamente valorizzate. Lui questo passaggio lo aveva percepito con un certo ritardo. “É più difficile notare un cambiamento, anche se evidente, nelle persone con le quali si ha a che fare frequentemente rispetto a quelle che vedi saltuariamente” questa era la giustificazione che si era dato. Tuttavia gli capitava ancora di stupirsi mentre, guardandola di sfuggita, si ritrovava a desiderarla come non mai. Anche perché lui l’aveva sempre adorata per il modo di pensare, per le idee e la brillantezza dei discorsi, per la disponibilità al dialogo: era questo quello che non trovava nelle altre ragazze. Anche il cambiamento fisico di lei, effettivamente lui l’aveva avvertito solo dopo aver riscontrato una nuova, leggera, sfumatura nel carattere: era diventata più decisa, meno insicura, maggiormente disposta al confronto senza snaturare la sua sensibilità; ecco questo dettaglio nella personalità lui l’aveva isolato subito, forse per primo. “È sempre più bello e gratificante stare a parlare con te” gli aveva detto non più di un mese prima. Lui inconsciamente, cercava nelle altre donne non tanto la bellezza, che chiaramente non disdegnava, ma quel pizzico di personalità che lei non aveva: il problema era dato dal fatto che dava per scontato che qualsiasi ragazza avesse tutte le altre qualità che lui le riconosceva e così, regolarmente le sue storie non decollavano. In un certo qual modo ne era sempre stato innamorato e al tempo stesso l’aveva sempre respinta: le occasioni non gli mancavano e lui, da perfetto opportunista, se possibile non se le faceva scappare. Ma negli ultimi tempi qualcosa era cambiato. Anzi i rapporti di forza si erano quasi capovolti. Non aveva mai pensato a lei così tanto e in maniera così insistente, quasi morbosa, come gli stava succedendo ultimamente. Il fatto di non sentirsi desiderato, di non sentirsi unico per lei come lo era sempre stato, lo sconvolgeva e lo raggelava. E si sentiva infantile in questa presa di coscienza.

“Ma cosa diavolo mi sta capitando?” se lo chiedeva frequentemente la sera, prima di addormentarsi. Il segnale più chiaro era legato al cellulare: ora ogni volta che arrivava un messaggio, sperava di vedere quel nome apparire sullo schermo, e quando lei gli rispondeva veloce e superficialmente alle domande, rileggeva più volte quei caratteri, quasi a cercare parole nascoste in righe non editate. Il fatto poi che lei, di sera, uscisse più spesso di un tempo con altre persone gli metteva in circolo una dose di gelosia, altre volte provata in passato, ma mai per lei.

“A chi stai pensando?” se lo chiedeva mentre “Out of time” dei R.E.M. scandiva musicalmente il flusso di pensieri. Con la salivazione azzerata, tipica della tensione, decise di chiederglielo. Lei si girò, sorpresa dalla domanda, in un primo tempo quasi attonita. Accennando un sorriso e lisciandosi i capelli rispose gentilmente, dopo un attimo di indecisione: “ a un ragazzo che ho conosciuto quest’estate e con il quale sono uscita un paio di volte…”. Una botta incredibile di adrenalina alla pancia, il sorriso che gli si cristallizzava, in modo poco credibile, in viso. “forse te lo ricordi, c’era venerdì scorso nel locale, mi sono fermata a chiacchierare con lui…” lo guardava, quasi a supplicare un consiglio, quasi grata di avere rotto il ghiaccio, mentre lui annuiva meccanicamente con la testa. “vedi…da una parte mi attrae, è simpatico, dolce e mi fa sentire importante. Quando usciamo assieme è veramente gentile… dall’altra non so…non so come dirlo, ma non sono convinta fino in fondo delle sue intenzioni. Non capisco cosa voglia veramente da me. Non vorrei rimanerci male” Incrociarono gli sguardi e per primo lui abbassò gli occhi, pensando a lei, alla sua persona, al suo corpo e all’altro tipo. Lui in quel preciso istante capì di averla persa. E di essere perso per lei. O meglio: in quell’istante realizzò quello che da mesi era chiaro e che non voleva ammettere al proprio orgoglio. Rispose suo malgrado: “Sono certo che se sarà il ragazzo giusto per te, lo capirai e lui te lo farà capire.” Non riuscì ad aggiungere altro. Sì, certo, qualche frammento di discorso già masticato assieme, qualche frase vagamente a sfondo psicologico poteva pure sputarla, ma semplicemente non ci riuscì. Proprio quando stava cominciando a vederla con altri occhi, era tardi. Aveva indugiato troppo nel capire cosa stava succedendo, nel rendersi conto che lei non lo considerava più il “grande e unico amore”, come più volte si era sentito definire da lei. Aveva sottovalutato il fatto che i ragazzi le prestavano molte più attenzioni e che nel corso dell’ultimo anno lei aveva avuto molti più inviti a uscire. Era una sensazione differente dalle altre delusioni, o forse era la stessa ma stavolta inaspettata e per questo maggiormente avvertibile. Le emozioni in gabbia quando decidono di uscire sgretolano i lucchetti senza apparente difficoltà. Sentiva un fiume attraversargli il corpo. Si sentiva vibrare di pulsioni che non riusciva a spegnere. Amore, amarezza, rabbia, delusione, speranza, illusione. Il cuore inviava questo ai sensi, mettendo in stand-by la ragione.

domenica, novembre 26, 2006

Le sue teorie relative all’innamoramento erano molto pragmatiche. “Non esiste il colpo di fulmine” mi disse una volta.

venerdì, novembre 24, 2006

E poi quel che accade sta tutto nel perimetro del cerchio, che si apre e si chiude, con movimento sinusoidale. E, anche se non pare, è sempre lo stesso cerchio. D’altronde pure la Terra, che è il palcoscenico, sembra piana e invece, per quanto imperfetta, è una sfera.

giovedì, novembre 23, 2006

Sulle labbra le sensazioni hanno un gusto indefinibile. Non che non abbiano sapore, ma a volte non riesco a decodificarlo, a capire se sia dolce o amaro. Dovrei aspettare un po’, sul subito lasciare stare. Ma la tentazione di passarci la lingua è troppo forte, non riesco a resistere.

mercoledì, novembre 22, 2006

Sai, forse ho intuìto... quella nuvola sta entrando nel tuo cielo...

Ipotizzo, mica sono sicuro di quel che dico. Mi chiedo solo se anche da te procede lentamente contromano o se segue il flusso delle correnti. Guarda in aria, la vedi?
Se la vedi, per favore, dimmi di lei.

martedì, novembre 21, 2006

Ma dove sta andando quella nuvola? DOVE? Non vede che va contromano? Non mi interessa che sia timida, non deve andare contromano. Sporca il cielo con il suo soffuso movimento. Almeno che si dia una mossa. Ma cosa fa? COSA FA, dico io?!? e quell’aereo…no, non sarà mica così pazzo da andare contro quel muro informe di cotone… Quale vuoto vuole coprire, quale rumore non dovrei sentire?

lunedì, novembre 20, 2006

Non ho tempo di giocare con le parole. Oggi non ne trovo proprio. Ma siccome ne ho voglia, il tempo aspetta.

domenica, novembre 19, 2006

non prendo per i capelli il sole,
altrimenti mi rimangono
raggi di luce,
spenti,
in mano.

sabato, novembre 18, 2006

Un’esplosione di primavera, in pieno autunno. I colori stanchi e tristi divengono accesi, si emancipano, bruciano di vita. Una pozzanghera sorseggia un analcolico raggio di sole e risponde riflettendo il cielo e oscurando il fango. Gli alberi attorno, nonostante la calvizie della chioma non si deprimono e non cercano di mimetizzare la caduta delle foglie con orribili riporti.

Nessuno finge uno stato d’animo che non gli appartiene, nessuno recita perché a nessuno è stata assegnata una parte.

La malinconia, quell’intrepida zanzara che ogni tanto, sibilando, tenta di pungermi sottopelle, oggi mi è stata alla larga, infastidita dall’aroma, per lei insopportabile, della serenità.
Non è successo niente di speciale, niente di così eclatante da scompaginare gli equilibri. Niente e nessuno ad alterare la percezione della realtà, i miei occhi sono quelli di ieri e saranno quelli di domani.

Oggi va bene così e sorrido questo sorriso che mi ha portato, chissà da dove, il vento.
Glielo restituisco, sperando che lo porti sulle labbra di chiunque abbia voglia di accettarlo.

venerdì, novembre 17, 2006

Sì, un po’ di delusione c’è. La sto masticando, mentre ci ripenso. Forse un po’ mi ero illuso, forse pensavo di cavarmela meglio. Cerco sempre di partire con poche aspettative, ma purtroppo non è così facile addomesticare le sensazioni quando diventano cavalli al galoppo e ti ritrovi con tante di quelle speranze in tasca, che diventano polverose a fine serata. È come quando dopo sette semafori verdi e cinque passaggi a livello aperti trovi due semafori rossi e un passaggio a livello chiuso, e sbuffi dicendo, tra te e te, che non è stata proprio giornata, quando in realtà, se ci pensi bene, non hai il diritto di recriminare, di sentirti con il destino contro.

giovedì, novembre 16, 2006

“Un mazzo di fiori. Regalami un mazzo di fiori. Se in futuro vorrai farmi capire che da parte tua c’è dell’interesse nei miei confronti, non venirmi a cercare, mandami un mazzo di fiori.” Si guardarono negli occhi, un bacio lento, rimasero abbracciati a lungo. Lei sapeva che non si sarebbero più visti e sapeva benissimo che quel mazzo di fiori non sarebbe arrivato mai.

mercoledì, novembre 15, 2006

Cosa ti direi se ti trovassi qui, ora, davanti a me?
Ti direi che non mi capisco più e questo è un bene, ti direi che ti penso più spesso di quanto me ne renda conto, ti direi che stai diventando sempre più importante.
Ti direi che qualcosa è cambiato, che non sei più una qualsiasi.
Ti direi che in questo momento sono stranamente teso, e leggermente emozionato.
Ti direi che ho veramente voglia di parlare con te ma non saprei di cosa parlare; ti direi che fino a cinque minuti prima avevo così tante parole in testa e che tu le hai fatte scappare.
Ti direi che ti starei ad ascoltare, e ti direi di non preoccuparti, ti direi che ti puoi fidare.
Ti direi che sei bellissima.
Ti direi che vorrei conoscerti ancora meglio e che vorrei correre il rischio di innamorarmi di te. Anzi no, questo non te lo direi. Ancora no. Ma forse te lo farei capire.

martedì, novembre 14, 2006

Non lo so. Veramente!

Ma ci penso e torno. Ok?

domenica, novembre 12, 2006

Stamattina stavo sognando. Ma soprappensiero, della serie, non me ne rendevo nemmeno conto. A un certo punto, tuttavia, la situazione non mi quadra più. Praticamente mi compare davanti, dal niente, un personaggio con un casco in testa, una tuta e degli sci che, venendomi incontro, mi fa: “sai, io vado molto forte in allenamento, ma poi in gara cado.” Io lo guardo, francamente sorpreso, annuisco e penso: “cos’è che vuole questo da me?! E soprattutto... chi è questo qua, da dove salta fuori?!?”. Perplesso, continuo ad ascoltare 'sto tizio che continua a parlare di sciolina, scarponi, neve fresca. Figurarsi, io nemmeno so sciare… cosa volete che ne capisca! E lui intanto parla, spiega, snocciola dati…io non so darmi una spiegazione razionale.
Due minuti dopo mi sveglio...

Erano le dieci e mezza del mattino e nell’altra stanza la televisione era sintonizzata sul canale nel quale trasmettevano il primo appuntamento di slalom, valido per la Coppa del Mondo di sci alpino. Sì, insomma, l’ennesima interferenza della televisione, e stavolta pure nel sonno. Che nervi…

sabato, novembre 11, 2006

Se davvero non capisci, ma non puoi fare a meno di pensarci, bene, posso solo dirti che siamo in due.

venerdì, novembre 10, 2006

C’è sempre un “ma” di troppo, un “però” che si mette in mezzo, a sporcare una buona occasione. Il più delle volte aspetta, si mimetizza per poi comparire quanto tutto sembra fili alla perfezione. Il classico contrattempo, insomma.

giovedì, novembre 09, 2006

“Abbracciami, e stringimi forte a te”. La giovane stella si rivolse così al vento. Il vento, suo malgrado, dovette rifiutare. “Mi spiace, ma il mio continuo movimento ti farebbe ardere e fiammeggiare a tal punto da farti spegnere molto prima del tempo.” “Non mi importa del tempo, ti voglio lo stesso, ti desidero continuamente, giorno e notte nei miei pensieri ci sei solo te.” Il vento accarezzò quella giovane splendida stella una volta, una soltanto, poi preferì lasciare stare: non aveva senso farla bruciare solo per soddisfare una pulsione, una passione estemporanea.”Passerò di qui, di tanto in tanto” disse il vento “verrò in cerca di te, son sicuro che di volta in volta sarai sempre più bella, ti sfiorerò, ma senza farti male; mi divertirò a vedere quanti saranno innamorati di te, quanti ti penseranno tutte le ore.” La stella sorrise, un po’ di luce asciugò una lacrima, poi chiese al vento:”Prometti che mi verrai a cercare…”

mercoledì, novembre 08, 2006

...ma perchè?

martedì, novembre 07, 2006

In un angolo del giardino ho messo un cassetto, al posto del solito vaso, perchè voglio coltivare un sogno e non il solito fiore.

sabato, novembre 04, 2006

Adoro il particolare fuori posto, l’equilibrio che si altera, l’asimmetria, la mano sinistra simbolo di genialità e sregolatezza, perché essendo un pelo troppo grande l’universo, non intravedendone la fine, mi immagino che sia un tratto discontinuo a pennellare il nostro cielo.

venerdì, novembre 03, 2006

Stamattina davanti allo specchio c'era uno che mi somigliava parecchio. A un certo punto mi ha pure fatto un sorriso, o un cenno di saluto. Si vede che mi ha già visto anche lui. Al limite, se domani lo rivedo, proverò a chiedergli se mi conosce.

giovedì, novembre 02, 2006

Oggi, mezzo pomeriggio libero. Mi son concesso qualche respiro in più. Sono andato nella stanza dove sono custoditi i miei vecchi giocattoli, e l’intero armamentario di oggetti, libri e cianfrusaglie di quando ero bambino. Ho rivisto il mio peluche preferito, un panda di medie dimensioni, che da piccolo portavo sempre con me. È invecchiato. A dirla tutta è già tanto che sia ancora discretamente in salute e che non passi tutto il tempo a starnutire, data la quantità di polvere che inesorabilmente nel corso degli anni si è depositata sul suo folto pelo artificiale. Ci siamo guardati: non ho avuto coraggio di accarezzarlo. La sua espressione è ancora dolce e quasi più saggia. Penso sia stato felice di vedermi. Mi sono rivisto, come in un flash, mentre lo riabbracciavo da piccolo. Mi è venuta voglia di riabbracciare me stesso da bambino. E poi d’improvviso i ricordi di quel che ero mi son saltati addosso. Un filo di nostalgia, gli occhi un pelo più arrossati del previsto. E i sogni, i sogni di quel bambino abbracciato al suo peluche mi hanno sfiorato. Per qualche momento, nella penombra di quella stanza, la dimensione lontananissima di me stesso bambino si è sovrapposta a quella attuale.

martedì, ottobre 31, 2006

Cosa ti aspetti da uno specchio rotto?

No, nessuna immagine macabra. Semplicemente che rifletta più punti di vista possibili.

domenica, ottobre 29, 2006

L’opera di papà è stata censurata a una collettiva paesana. Troppo provocatoria: poteva creare disturbo.

C’è sempre tempo per stupirsi. La nostra società ci concede ancora questo.

L’aspetto più ironico è il fatto che l’opera, una gabbia di rete verde elettrosaldata con all’interno una bandiera italiana, buttata via dopo i festeggiamenti estivi per la vittoria del titolo mondiale, si chiama, nemmeno farlo apposta, “libertà”.


In un tempo in cui la televisione ci ha sedati e ha sdoganato qualsiasi tipo di volgarità basta un’opera d’arte per scandalizzare. Non so se compiacermene o amareggiarmene.

venerdì, ottobre 27, 2006

Qualsiasi luogo può divenire un palcoscenico. Me l’ha insegnato questo scaltro moscerino. Lo stavo per schiacciare: la mia mano era già a mezz’aria. Lui ha intuito il pericolo: invece di cercare una quanto mai vana fuga ha chiuso gli occhi e ha iniziato a ballare sulla scrivania. Così d’istinto, rischiando il tutto per tutto e sfidando una sorte scontata. Non chiedetemi che tipo di danza, non me ne intendo, ma vi posso assicurare che è stato irresistibile, da applausi. In fin dei conti è andata bene a entrambi: io non ho pagato il biglietto per vedere questo spettacolo strepitoso, lui ha avuto salva la vita.

giovedì, ottobre 26, 2006

Stamattina Dio ha saltato l'ora di religione. In classe si annoiava. Ha preferito andarsene un pò in giro a dipingere ad acquerello le facciate delle case, assecondando la sua innata vocazione artistica, giocando un pò con la pioggia leggera.

mercoledì, ottobre 25, 2006

ATTENZIONE! È in atto un progressivo processo di desertificazione mentale. Si prega di lasciare il dovuto spazio ai luoghi comuni. Vi ringraziamo anticipatamente per la collaborazione.

lunedì, ottobre 23, 2006


Nessuna tovaglia sulla superficie della mia sicurezza granitica. Quando cadono briciole di dubbio, voglio che rimangano ben visibili.

venerdì, ottobre 20, 2006

Credo con convinzione nell’innovazione e nella tecnologia. Penso che a volte possano sopperire in modo artificiale alla mancanza di talento e creatività. Ad esempio… Io non ho lampi di genio, ricorro a faretti intermittenti di tipo “spot”, miniaturizzati e di ultima concezione, per ricreare il bagliore del fascio di luce improvviso. Da lontano vi assicuro che la differenza non si nota. Da vicino, invece non sono proprio simili, ma insomma... finchè dura…

giovedì, ottobre 19, 2006

Mentre Luca, uno dei miei amici più stretti e fidati, veniva proclamato ingegnere, oggi, a 24 anni, con un punteggio di 108/110 mi tornavano in mente le sue parole, ad aprile del primo anno della triennale: "Se non passo analisi prenderò in seria considerazione l'ipotesi di cambiare facoltà, qua non ce la faccio, ho troppi esami da recuperare...". Dopo 2 anni, a settembre aveva già conseguito la laurea triennale. E oggi, dopo un altro biennio spaccato, ha ultimato il suo percorso universitario. Ce l'ha fatta, reagendo all'iniziale sconforto e credendo sempre nelle proprie qualità. Un esempio da seguire... Ancora complimenti Luca!!!